Bruxelles (ANSA) – Nonostante le pressioni dell’amministrazione Usa targata Donald Trump, l’Unione europea infligge un nuovo colpo alle Big Tech a stelle e strisce. A finire sotto la lente di Bruxelles è ancora una volta Google, multata di recente dall’Antitrust Ue per l’impero pubblicitario costruito attorno al motore di ricerca.
La Commissione ha deciso di avviare un’indagine per valutare se il colosso di Mountain View abbia penalizzato gli editori di notizie in violazione della legge europea sui mercati digitali (Dma) volta a contrastare le pratiche anti-concorrenziali delle grandi piattaforme online designate come ‘gatekeeper’.
“Siamo preoccupati che le policy di Google non consentano agli editori di notizie di essere trattati in modo equo, ragionevole e non discriminatorio nei risultati di ricerca” ha spiegato Teresa Ribera, vice presidente della Commissione, responsabile per la concorrenza, promettendo di indagare per “garantire che gli editori di notizie non perdano importanti entrate in un momento difficile per il settore” e che “Google rispetti la legge europea sui mercati digitali”.
In sostanza, Palazzo Berlaymont contesta l’impatto sull’editoria della politica di Mountain View sull’abuso della reputazione dei siti, una politica con cui il colosso tech mira a proteggere gli utenti dallo spam, contrastando pratiche volte a manipolare il posizionamento nei risultati di ricerca.
A giudizio della Commissione, tuttavia, questa politica anti-spam finirebbe con il declassare nei risultati di ricerca siti web e contenuti di media e altri editori quando tali siti web includono contenuti di partner commerciali. Una retrocessione che a sua volta si traduce in una riduzione del traffico e quindi in una significativa perdita di fatturato per gli editori e per i fornitori di contenuti terzi.
In caso di violazione, Google rischia sanzioni fino al 10% del suo fatturato mondiale e fino al 20% in caso di recidiva. E se la violazione è sistematica, la Commissione può adottare anche misure correttive aggiuntive, come l’obbligo di vendere un’azienda o parti di essa o il divieto di acquisire servizi aggiuntivi correlati alla non conformità sistemica. Immediata la replica di Google che ha bollato l’indagine come “fuorviante” e “infondata” ed è tornata ad attaccare il Dma per aver reso “Search” meno utile per le aziende e gli utenti europei”.
L’indagine rischia di “danneggiare milioni di utenti europei” ha avvertito il colosso americano, ricordando che “un tribunale tedesco ha già respinto un ricorso simile, stabilendo che la nostra politica anti-spam era valida, ragionevole e applicata in modo coerente” (13 novembre).
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